“Gran caos urbanistica”

Bruno Discepolo
L’ Altravoce
18.03.2025

Nel 2001, con la riforma del titolo V della Costituzione, la materia, fino ad allora definita urbanistica, assunse la denominazione di Governo del Territorio. Con il cambio terminologico si voleva rappresentare l’intenzione di poter, da quel momento in poi, controllare, indirizzare e gestire, in una dimensione che oggi definiremmo olistica, i complessi processi trasformativi che coinvolgono un territorio. A distanza di un quarto di secolo si può tranquillamente parlare di un’aspirazione ampiamente andata disattesa se è vero che non solo le fenomenologie che riguardano città e luoghi della penisola continuano a manifestarsi piuttosto come il risultato di complesse azioni eterodirette, ma financo politiche e strumenti di intervento, che a tanto dovrebbero essere finalizzate, appaiono scollegate, spesso contraddittorie se non addirittura conflittuali.

Di sicuro, a determinare un tale effetto, ha contribuito anche lo status per il governo del territorio di materia a legislazione concorrente, introdotta dalla riforma costituzionale, con la teorica ripartizione tra competenza statale in tema di principi e ordinamenti regionali per l’attuazione di quegli stessi principi. Salvo dover constatare, ancora oggi, che tre generazioni di leggi di 20 regioni, a partire dalla fine degli anni ’70, sono ancora prive del riferimento di una moderna legge di principi dello Stato, restando ancora la vecchia legge 1150 del 1942 la norma urbanistica vigente.

A complicare ancora di più le cose, vi è anche la relazione incerta che si manifesta, in più di un’occasione, tra questioni che rientrano nel dominio dell’urbanistica e quelle dell’edilizia o del paesaggio, con differenti competenze e soggetti coinvolti. Tutto questo per dire che è urgente intervenire, a partire dal piano legislativo, per rimediare a problemi atavici e dare un segnale concreto di inversione negli indirizzi e nelle politiche di settore. Purtroppo, se la confusione era già grande sotto il cielo, quello a cui si sta assistendo, stante l’attuale governo e in particolare ministro delle infrastrutture, è davvero sconcertante.

Anche se è giusto rilevare che amnesie e latitanze appartengono più in generale a partiti e legislatore nazionale. Da più anni si è convenuto che nuovi paradigmi dell’urbanistica italiana sono contrasto al consumo di suolo e promozione della rigenerazione territoriale e urbana, ragione per la quale sono state depositate, già dalla scorsa legislatura, decine di proposte di legge sul tema, senza che neanche una abbia visto la luce.

Al contrario è stato approvato un provvedimento, conosciuto come “Salva casa” ed un altro, condiviso alla Camera ma ora fermo al Senato, si preannuncia come “Salva Milano”. Ancora una volta prevalgono visioni limitate e parziali, incapaci di affrontare in maniera sistematica, questioni incrostate da anni, sia in termini di dibattito e confronto tecnico, che da sovrapposizioni di pratiche amministrative o interpretazioni giurisprudenziali.

Temi complessi quali sanabilità di abusi, superamento del concetto di doppia conformità, o addirittura interpretazione autentica di articoli della legge 1150 ad oltre ottant’anni dalla sua promulgazione, sono introdotti sotto la spinta di avvenimenti (o meglio interventi della magistratura) al di fuori di ogni tentativo di razionalizzazione e modernizzazione del quadro legislativo nazionale. Mentre continua a latitare una coscienza sulla necessità improrogabile di mettere mano alla nuova legge di principi sul governo del territorio, al Mit si avvia una fase di ascolto su una possibile riforma del DPR 380, il testo unico dell’Edilizia del 2001. Replicando una pratica già anticipata nei mesi scorsi in occasione di una consultazione allargata in tema di redazione di una proposta per un Piano Casa, anche in questa occasione il ministro Salvini e i suoi dirigenti si sono rivolti ad una pluralità di soggetti, istituzionali e non, tra i quali le regioni, con una sorta di questionario per avviare la fase di riscrittura della legge. Questa modalità di interlocuzione ha suscitato la reazione delle regioni, a partire da quelle di centro-destra del nord Italia, che anche attraverso la commissione competente della Conferenza Stato-Regioni, hanno invitato Salvini ad avviare, nel corretto rapporto istituzionale, il confronto, nello spirito di leale cooperazione tra organi dello Stato.

Questo incidente – non il primo e c’è da crederci non sarà l’ultimo, essendosi già ripetuto in altre occasioni -è sintomatico di un atteggiamento “schizofrenico” che ben descrive l’attuale fase politica. Da un lato il leader della Lega propugna una trasformazione del Paese nella direzione di un regionalismo differenziato e rafforzato, anche a costo di minare la coesione nazionale, dall’altro, nella veste di autorevole esponente del governo, comprime il ruolo delle regioni disconoscendone addirittura competenze e prerogative costituzionalmente riconosciute. Suscitando le ire persino dei territori amministrati e rappresentati dal suo partito.

Si è dunque in presenza di qualcosa che va oltre il prevedibile scontro interno all’attuale maggioranza alla guida del Paese, tra una forza, Fratelli di Italia, con una vocazione centralista e la Lega, autonomista e allergica al potere romano. La verità è che si fa fatica a riconoscere un disegno ed una direzione chiara nelle azioni messe in campo, in questi ultimi due anni, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Un dicastero che a parole sostiene la promozione della rigenerazione urbana ma finisce con il condividere la manovra di bilancio varata da Giorgetti con tagli di poco meno di 10 miliardi nella programmazione pluriennale di risorse finalizzate alla riqualificazione delle periferie o alla realizzazione di nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica e sociale. O che addirittura azzera i fondi previsti dalla legge 431 del 1998 per il sostegno ai fitti per le fasce sociali più esposte alle tensioni del mercato immobiliare.

Nella generale confusione che alberga nell’attuale compagine governativa e che si riflette nelle maldestre iniziative a livello di proposte di legge, sembra di scorgere qualcosa di già visto e conosciuto. La stagione del berlusconismo inaugurata dall’immobiliarista inventore di Milano 2 all’insegna dello slogan “ciascuno padrone a casa sua”, a dispetto di ogni intendimento di semplificazione nei procedimenti edilizi, ebbe l’effetto pratico di moltiplicare istituti, norme, procedure in un settore, già di per se caratterizzato da una significativa complessità e una conseguente, diffusa propensione all’abusivismo edilizio. Da cui il consolidarsi di circoli viziosi, con il riproporsi di condoni, il cui solo annuncio ha determinato nel tempo danni maggiori dei guasti che ci si prefiggeva di sanare.

 


 

Un mio intervento ospitato sulle pagine de L’Altravoce.


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